La User Experience nell’era dello smart working

Quando si parla di smart working spesso si pensa agli strumenti tecnologici per la comunicazione a distanza. Ma il lavoro “smart” va oltre la mera digitalizzazione delle attività in presenza. Il digitale può abilitare nuove frontiere di ottimizzazione, autonomia e collaborazione, agendo su diversi aspetti ancora non risolti: la struttura dei processi collaborativi, le dinamiche manageriali e di responsabilità personali e collettive connesse, gli spazi fisici, le architetture informative e, non ultime, la dimensione sociale e relazionale. Quali vantaggi possono esserci per le organizzazioni che sapranno dominare questi scenari?

L’articolo è un estratto dell’evento “UX Talk: User Experience in the smart working era”, tenutosi il 29 maggio 2020 e visibile integralmente sulla pagina Facebook della Experience Design Academy.

Condurre i workshop

“Molte organizzazioni sono convinte di aver fatto smart working, quando in realtà hanno spostato il lavoro e le sue dinamiche dall’ufficio alle mura domestiche: questo, ormai è noto a tutti ed ha un impatto importante sulla vita personale e sulle logiche organizzative e di processo.” Stefano Besana di EY ci ha raccontato la sua esperienza nella progettazione e gestione di workshop in modalità completamente digitale.

La riorganizzazione del flusso di lavoro per le sessioni di workshop da remoto con i clienti — EY

Testare con gli utenti

Anche le esperienze più collaudate possono incorrere in imprevisti e, per milioni di utenti, un errore trascurabile può avere ricadute importanti sulle persone e sul business. Per minimizzare il rischio di insuccesso, Irina Bogani, Psicologa di formazione, ci ha spiegato come negli ultimi mesi Vodafone Design Studio abbia proseguito le proprie attività di testing esclusivamente da remoto, sintetizzandole in una lista di pro e contro.

Mappa degli strumenti di User Test in Vodafone Design Studio, post-lockdown

Collaborare in ambienti Phygital

L’uso pervasivo della tecnologia rende di fatto l’ambiente in cui interagiamo non più solo fisico. Carlo Galimberti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ci ha spiegato cosa si intende con il termine “phygital” e perché saper gestire la conversazione è decisivo per abilitare in maniera efficiente il lavoro a distanza.

Dal film “Brazil” (1985, Terry Gilliam)

“While context awareness, embeddedness, and natural interaction are common to other previous definitions of hybrid spaces (e.g., ambient intelligence, intelligent environments, augmented spaces, etc.), I think that the metaphor of ‘‘reality as an app’’ may be a more defining feature of phygital spaces.” — Andrea Gaggioli, Phygital Spaces: When Atoms Meet Bits

Dal punto di vista psicologico, gioca poi un ruolo fondamentale nel lavoro da remoto la conversazione, intesa come l’interfaccia che mette in relazione le persone. Come spiegato da Erika Hall nel suo Conversational Design, questa si basa su quattro pilastri fondamentali:

  1. relazioni (fra gli interlocutori)
  2. contesti (relazionale, semiotico, organizzativo, ecc.)
  3. soggettività, in termini di costruzione di una propria soggettività e riconoscimento di quella dell’altro.
Anche dal punto di vista etimologico, la conversazione è assimilabile a un dispositivo relazionale

Conclusioni

Se è vero che per organizzare il lavoro da remoto — come ad esempio le attività di co-progettazione per i designer — non è sufficiente replicare in digitale quanto avveniva in presenza (Besana), ci sono alcune fasi progettuali specifiche come quella di user testing che già da tempo dispongono di strumenti e protocolli adeguati per essere condotte a distanza (Bogani). Alcuni stimoli per affrontare il nuovo scenario possono nascere dalle opportunità offerte dal phygital e dalle buone pratiche nel condurre relazioni, o “conversazioni”, a distanza (Galimberti).

Un commento raccolto durante l’evento live di uno dei partecipanti

A polytechnic centre of excellence dedicated to User Experience - by POLIdesign.

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